Quando un’analisi del rischio restituisce un rating rassicurante su diverse aree del perimetro, un’azienda interpreta solitamente il risultato come una conferma della propria postura di sicurezza.
Allo stesso modo, se emerge un punteggio critico su una specifica area di analisi, la reazione più immediata porta a considerare quella evidenza come priorità assoluta, perché il rating, per sua natura, produce una rappresentazione sintetica che cattura l’attenzione in maniera troppo rapida.
Un rating tecnico, però, descrive una condizione circoscritta, e fermarsi a quella lettura non è sufficiente per capire il rischio reale dell’organizzazione. Un risultato rassicurante su una specifica area può nascondere un’esposizione più ampia, così come una criticità apparente può ridimensionarsi sensibilmente se collocata nel contesto in cui essa opera.
Leggere un dato tecnico senza considerare il contesto in cui si trova restituisce una visione incompleta del rischio, perché una vulnerabilità acquisisce peso reale solo se osservata all’interno della sua infrastruttura, dove le dipendenze tra sistemi e processi possono amplificarne l’impatto ben oltre il perimetro iniziale.
Gli approcci statici all’analisi del rischio hanno il vantaggio di produrre una classificazione ordinata e sintetica delle evidenze tecniche, attraverso punteggi che permettono di leggere rapidamente lo stato delle varie aree del perimetro. Questa modalità di valutazione è utile perché consente di individuare rapidamente anomalie, misurare livelli di esposizione e costruire una prima base informativa su cui avviare le attività di controllo.
Il limite emerge quando il rating viene trattato come una rappresentazione completa del rischio, ma in realtà quel valore non restituisce necessariamente la sua rilevanza rispetto al business. Per Ciascuna vulnerabilità, la reale importanza dipende dalla posizione in cui si trova, dai sistemi che coinvolge e dalla possibilità concreta che possa incidere sui processi aziendali.
Per questo motivo, una valutazione statica può generare interpretazioni opposte e ugualmente fragili. Da un lato, può creare un senso di sicurezza eccessivo quando i singoli indicatori risultano positivi, perché non considera le interazioni tra le diverse componenti. Dall’altro, può amplificare la percezione di urgenza e generare allarmismo quando un singolo punteggio risulta critico, anche nei casi in cui quella criticità ha un impatto più contenuto rispetto ad altre esposizioni meno evidenti.
In un processo di analisi del rischio moderno e data-driven, raccogliere punteggi tecnici è solo il punto di partenza, perché il valore reale dell’assessment emerge quando quei punteggi vengono analizzati rispetto all’infrastruttura. Per guidare un’analisi in maniera più profonda occorre capire se risultati localmente positivi possano generare rischio quando vengono osservati nell’insieme, dove si trovano le vulnerabilità rilevate e quali processi potrebbero essere coinvolti qualora quelle condizioni venissero sfruttate.
Questo passaggio è particolarmente rilevante perché le infrastrutture aziendali non sono insiemi di elementi isolati. Ogni sistema può sostenere applicazioni, abilitare comunicazioni o contribuire al funzionamento di attività operative con un peso diverso per l’organizzazione, e una valutazione utile deve saper leggere il rischio come effetto delle relazioni tra gli elementi del perimetro, andando oltre la semplice osservazione del singolo indicatore.
Per arrivare a una valutazione matura del rischio, è necessario analizzare l’infrastruttura nel suo insieme, perché solo attraverso questa lettura diventa possibile pesare gli indicatori tecnici rispetto all’esposizione effettiva. Il dato tecnico acquista valore quando viene collegato alle dipendenze applicative, alle comunicazioni tra sistemi e alla funzione che ciascun elemento svolge nel sostenere i processi aziendali.
In questa prospettiva, l’analisi del rischio non può rimanere confinata alla rilevazione di vulnerabilità o configurazioni critiche, perché deve ricostruire il rapporto tra ciò che viene osservato a livello tecnico e ciò che potrebbe accadere a livello operativo. Una vulnerabilità assume un significato diverso quando viene letta rispetto al sistema su cui insiste, alle connessioni che quel sistema mantiene e al processo che potrebbe subire un impatto in caso di compromissione.
Uno degli aspetti più delicati del cyber risk management riguarda la capacità di rendere il rischio leggibile al di fuori della funzione tecnica. Un elenco di rating offre una misura utile per classificare le evidenze, ma lascia spesso aperta la questione più rilevante per chi deve decidere: capire quale esposizione riguardi davvero il business e quale impatto possa derivare da una mancata mitigazione.
Per costruire una comunicazione efficace verso i livelli decisionali, gli indicatori tecnici devono essere collegati alle dipendenze tra sistemi e agli effetti sui processi aziendali, affinché la valutazione del rischio rappresenti l’esposizione reale dell’organizzazione.
In ai.esra supportiamo questa analisi attraverso la costruzione di un digital twin dell’infrastruttura, basato sulle comunicazioni effettive tra gli asset e sulla rappresentazione delle relazioni che collegano i diversi elementi del perimetro. Questa lettura consente di osservare come minacce e impatti si propaghino lungo le connessioni reali, rendendo più chiaro il peso che una vulnerabilità può assumere sui processi aziendali e permettendo di orientare le decisioni verso le aree in cui la riduzione del rischio produce l’effetto più significativo per l’organizzazione
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